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18/06/2020

Le radici di Raffaello 2

Raffaello

Peruzzolo vive a Colbordolo, nel Ducato di Urbino, ma non ne può più. Le guerre continue tra i Montefeltro e i Malatesta per impadronirsi di quella terra rendono il clima invivibile. Un giorno del 1446 Sigismondo Malatesta dà fuoco a Colbordolo e le sue truppe saccheggiano le case. Peruzzolo decide che adesso è finita, vende tutto, carica su un grosso carro la famiglia e i beni, parte per Urbino. Su quel carro sale anche suo figlio Sante, viaggia con la moglie Elisabetta e col figlioletto Giovanni, che ha meno di dieci anni. Una volta arrivati in città, Peruzzolo apre una bottega da pizzicagnolo, Sante si dedica alla doratura. Riesce presto a farne il suo lavoro, attrae un giro di buoni clienti, non mancano i più facoltosi della città. Suo figlio Giovanni impara tanto dal lavoro del padre, frequenta la sua bottega, ma divenuto adulto vuole di più. Sente di poter essere più che un doratore, non vuol restare artigiano, vuol diventare artista. Insegue quelle ambizioni e un giorno le raggiunge, si ritrova con una bottega tutta sua nel cuore della città. Ora è un pittore. Il lavoro è tutto ciò in cui si impegna, fino a ai quarant’anni, quando decide che è l’ora di una moglie, di una famiglia. Tra le sue conoscenze c’è un mercante di buon successo, Battista Ciarla. Giovanni ha adocchiato sua figlia, Magia. Ne chiede la mano, la sposa. Dal trasloco di Peruzzolo sono trascorsi circa 35 anni.

È la storia della famiglia di Raffaello prima che lui sia al mondo. Quando nasce, suo padre può dirsi economicamente molto solido. Al di là del lavoro e dei buoni rapporti con la famiglia Montefeltro, e in particolare con Federico, prima Conte poi Duca di Urbino, Giovanni ricava un cospicuo lascito alla morte del padre Sante, avvenuta nel 1485, poi intasca un paio d’anni dopo da Battista Ciarla i centocinquanta fiorini fissati come dote per le nozze con Magia. In onore del Duca Federico da Montefeltro, Giovanni esibisce l’altra sua passione, la poesia. Scrive La vita e le gesta di Federico di Montefeltro duca di Urbino, poema in terza rima.

Mamma purtroppo va via presto, prestissimo, quando Raffaello è soltanto un bambino di otto anni, un bambino che resterà figlio unico. Vasari racconta che già in questo periodo Giovanni si accorge delle capacità fuori dal comune del figlio e lo affida al Perugino. La storiografia più moderna cancella questa ipotesi. L’apprendistato più tenero di Raffaello risale alla frequentazione della bottega del padre, soprattutto a quella. Raffaello, del resto, si ritrova non solo ad imparare, ma addirittura nei panni del modello a soli nove anni. A Suo padre, viene assegnato il lavoro di affreschi della Cappella Tiranni, a Cagli. Giovanni Santi ritrae il figlio tra le braccia della Madonna e probabilmente anche sé stesso, nei panni di San Giovanni Battista. Quando anche Giovanni muore, Raffaello non ha che undici anni. Un paio di anni dopo dipinge un affresco nella casa in cui è nato, tra le pareti della stanza in cui ha visto la luce, affresco che conosciamo come Madonna di Casa Santi. È un omaggio al padre, l’insegnamento di Giovanni è fresco ed è intenso, tanto da aver fatto credere a lungo che l’opera fosse sua.

In fondo, se davvero vogliamo trovare l’elemento di influenza più profonda nella educazione artistica di Raffaello, oltre che nella bottega del padre, dobbiamo forse cercarlo nella città di Urbino. E qui che il ragazzo costruisce le sue prime suggestioni, quelle che resteranno indimenticabili. Urbino è dopo Firenze il centro italiano di più fervida vivacità artistica. Federico da Montefeltro è signore potente e danaroso, in più apprezza il talento e ciò che il talento può produrre a vantaggio della sua immagine. E grazie al credito del padre il giovanissimo Raffaello frequenta quasi come fosse casa sua il Palazzo Ducale, dove può vedere e assorbire i tratti, i colori, i dettagli delle opere di Piero della Francesca, di Francesco di Giorgio Martini, di Giusto di Gand, di Antonio del Pollaiolo. Sono le esperienze che lasceranno in lui una traccia inestinguibile, la traccia che Raffaello custodisce, elabora e poi rende eterna.

© 2020. Anna Maria Amato

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