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18/09/2020

I tanti assassini di Raffaello Sanzio

Raffaello

Nel cuore di luglio del 2020 un’equipe dell’università di Milano della Bicocca sostiene di aver chiarito le cause che hanno portato a morte Raffaello. Gli indizi conducono a una diagnosi di polmonite, che all’epoca non poteva essere riconosciuta, al punto da essere trattata con salassi, una scelta terapeutica che non solo non curò il paziente, ma probabilmente ne affrettò la morte.

Nel 1722 sembravano invece sicuri di altro: arsenico. Riesumarono il corpo di Raffaello Sanzio e ritennero che le tracce indiscutibili di avvelenamento si trovassero nelle condizioni della salma, perfettamente conservata, pressoché intatta. Veleno? Non ci resta che ipotizzare chi sia stato e perché. La prima domanda è impervia, nessuna formulazione ha una sua solida concretezza. Tuttavia, qualche indiziato c’è, e vedremo più avanti di chi tratta. Sulla seconda, possiamo invece soffermarci. Degli eccessi amorosi di Raffaello si è detto spesso, tanto da far sospettare anche una morte per sifilide, un finale che sarebbe perfettamente compatibile con le settimane di febbri intense che precedono il decesso. Ma gli eccessi amorosi possono essere causa, oltre che incidenti venerei, anche assalti di gelosia. E al tempo di Raffaello è frequente che certe insofferenze venivano sbrigate proprio col veleno. Non possiamo perciò escludere che le sue numerose donne siano state protagoniste, dirette o indirette, della sua uccisione. Qualcuna può essere pazze di gelosia fino a questo punto, o magari può aver acceso ansia di vendetta nel proprio compagno tradito.

Del resto, sospetti molto simili continuano a sopravvivere sul conto della morte di Masaccio, quella di Rosso Fiorentino, su quella del Beato Angelico. Anch’essi amanti forse troppo disinvolti per non incorrere nell’incrocio mortale dell’arsenico. Ma questo non ci impedisce di costruire altri scenari possibili. La dimensione smisurata di Raffaello procura anche altre forme di gelosia, non solo legate alle relazioni amorose. Fin da quando è ragazzino, il suo talento di artista e di imprenditore è al di sopra di tutto ciò che è immaginabile. Raffaello guida una bottega quando è ancora un bambino e prestissimo attrae commesse e sa anche organizzare il lavoro. La sua capacità di guadagnare denaro, e farne guadagnare a chi gli lavora al fianco, rasserena ogni diffidenza possibile sul conto della sua giovane età. Una volta a Roma, gli occorre pochissimo per far notare la propria abilità addirittura ai papi e ai mecenati più facoltosi. Tutto questo genera ammirazione, e dove c’è ammirazione con alta probabilità si annida l’invidia. Sono tanti coloro che svolgono la sua stessa attività, spesso da molti più anni, e che quotidianamente sentono di essergli in subordine, che avvertono sulla propria pelle il livore di chi è costretto ad accettare che ognuna delle commesse più importanti siano immancabilmente assegnate a Raffaello. Questo percorso già disegna un identikit, quello di Sebastiano del Piombo. Il motivo è nella competizione che accende tra i due il cardinale Giulio de’ Medici, che anni dopo sarebbe diventato papa Clemente VII. Ordina a entrambi una pala, La Trasfigurazione, ed è l’opera rimasta incompiuta a cui Raffaello lavora prima di morire. Proprio quella pala viene posta sul suo corpo privo di vita. “La quale opera - scrive Vasari - nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ognuno che quivi guardava”.

Ma Sebastiano non è il solo indiziato, sussurri simili conducono a Giuliano da Sangallo, un altro che poteva avere motivi forti abbastanza per liberarsi di un rivale impossibile da battere.

Restano poi ipotesi legate alla fede. Secondo alcune testimonianze, Raffaello stava avvicinandosi alle tesi di Lutero e allontanandosi dalla dottrina della Chiesa cristiana romana. Se avvelenamento fu, potrebbe essere la conseguenza di questa posizione che agli ambienti ecclesiastici per cui lavorava non dovettero piacere, e anzi apparire sconvenienti fino al punto da metterli a tacere per sempre. Ma non è finita, perché nel giallo entra addirittura papa Leone X, quasi unanimemente considerato suo grande amico e certamente suo miglior mecenate. Proprio questo ruolo, allorché il papa avverte qualche difficoltà nel liquidare gli onorari salatissimi di Raphael Urbinas, come l’artista si firma, può aver suggerito il ricorso a un sicario e a una dose letale di veleno. Ma Raffaello accontentò solo sul momento il suo assassino, il tempo per far decretare quel Venerdì santo del 1520 la sua morte terrena. Poi, esattamente come un Cristo, decise che non era fatto per una tomba, da quel momento sarebbe stato immortale.

© 2020. Anna Maria Amato

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