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29/06/2020

Il Colosseo a colori di Raffaello

Raffaello

Il tempio più celebre del pianeta Terra, un monumento di travertino che sembra più grande della città enorme che lo ospita. Le dimensioni del Colosseo non si misurano coi metri, ma con la sua straordinaria popolarità, con la forza simbolica che gli ha fatto passare i secoli, che anzi glieli ha fatti divorare, consentendogli di acquisire una fama e un rispetto che via via sono cresciuti. Da pochi anni sappiamo che quello che vediamo oggi non è il Colosseo che vedevano Raffaello e i suoi contemporanei. Il Colosseo che si mostrava ancora nel Rinascimento era a colori, conservava i suoi stucchi e rifletteva il sole e la luce in modo piuttosto diverso da come avviene oggi. Abbiamo appreso tutto questo con certezza dal 2013, grazie ad alcune operazioni di restauro realizzate nella galleria intermedia che si trova al terzo livello sul versante nord dell’anfiteatro. Quei lavori non dovevano far altro che ripulire delle pareti, ma a un tratto i restauratori si accorgono di qualcosa di strano, sotto gli intonaci esistono decorazioni di cui nessuno aveva sospettato prima l’esistenza. Decorazioni fatte di iscrizioni, di figure, alcune di tipo simbolico, alcune anche a sfondo erotico. Sulle facciate esterne del Colosseo era certamente diffuso il bianco del travertino, ma gli stucchi degli affreschi si insinuavano tra i marmi e esprimevano il loro universo di colori. Disegni col rosso, col rosa, con l’azzurro, con sfumature di giallo, col verde. Quell’universo di colori e figurazioni che purtroppo i secoli ci hanno sottratto. In precedenza, e fin dal diciannovesimo secolo, gli studi sulle pareti dell’Anfiteatro Flavio avevano semplicemente ricavato la presenza originaria di riquadri rosso, nient’altro. Nessuno aveva immaginato l’esistenza di quelle decorazioni policrome, di quelle raffigurazioni così vivaci e numerose. Tutto questo è dovuto a interventi che presumibilmente risalgono al II e al III secolo dopo Cristo. Allora il Colosseo sorgeva da circa un centinaio d’anni, fu commissionato intorno al 71 d.C. da Vespasiano, imperatore della dinastia Flavia, e inaugurato poco meno di un decennio più tardi da Tito, suo figlio e successore.

Il Colosseo di Raffaello lo ritroviamo soprattutto nell’Incontro di Leone Magno con Attila. Si tratta di una decorazione realizzata intorno al 1514 nelle Stanze Vaticane, precisamente nella Stanza di Eliodoro. Nasceva da un desiderio di Giulio II, ma l’opera fu ultimata con l’aiuto determinante di Giulio Romano quando papa Della Rovere era già morto e gli era ormai succeduto Leone X. La scena era un classico della retorica cristiana dell’epoca, e testimoniava la forza della Chiesa nel proteggere il suo popolo. Risaliva a un episodio storicamente non accertato verificatosi un millennio prima. Papa Leone I avrebbe in contrato Attila, il re degli Unni, sulle sponde fiume Mincio, a un passo da Verona, e l’avrebbe convinto a non invadere la penisola. Oggi si ipotizza che sia stata l’epidemia di malaria scoppiata a sud del Po l’argomento col quale in realtà il pontefice bloccò Attila.

Raffaello dipinse la scena aggiungendo l’apparizione di Pietro e Paolo, i santi proiettori di Roma, che discendono dal cielo impugnando una spada. Papa Leone I, ora che Giulio è morto e che dunque l’opera andrà consegnata al suo successore, ha adesso il volto di Leone X. Ciò che è rilevante della raffigurazione è lo sfondo, il primo in cui Raffaello decide di ritrarre le rovine di Roma. Si notano una basilica, un acquedotto, Monte Mario avvolto dalle fiamme, le mura di una città. Ma soprattutto si nota il Colosseo, poiché è qui che Raffaello ambienta l’episodio, usandolo come porta d’ingresso di Roma. L’anfiteatro più grande del mondo è il punto di legame più simbolico e intenso tra la classicità e il Rinascimento, Raffaello lo omaggia come vertice della solennità cristiana e laica della città eterna.

© 2020. AnnaMaria Amato

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