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29/07/2020

Ipazia, lo sguardo della libertà

Raffaello

C’è un solo sguardo femminile che da lì ci osserva. É quello di Ipazia, la sola tra le donne ritratte nella Scuola di Atene che rivolga gli occhi verso lo spettatore. Chi è Ipazia? È una astronoma, una matematica, e si fa quasi fatica a dirlo, poiché nell’epoca in cui ha vissuto, il IV secolo dopo Cristo, questi titoli erano attribuiti esclusivamente a uomini. Lei nasce ad Alessandria d’Egitto, è dunque una egiziana di lingua e cultura greca, ed è figlia di un astronomo autorevole, Teone, che lei segue, ascolta, osserva, e da cui impara ciò che intimamente la appassiona. Il cielo. E Impara che il cielo non è solo stelle e contemplazione, non è solo ipotesi sulla creazione e sull’immanenza. La conoscenza del cielo è soprattutto numeri e calcoli. Ma questo non la ferma, per raggiungere l’astronomia devi percorrere la matematica, e Ipazia la percorre, la approfondisce, ne dilata i confini pur di interpretare quel cielo che è sopra le teste di tutti noi e che tuttavia resta così inspiegabile e misterioso. Siamo in tempi in cui la scienza non viaggia da sola, è strettamente connessa alla filosofia. E infatti gli studi di Ipazia partono dal neoplatonismo e proseguono con l’insegnamento della dottrina che Plotino consegna ai secoli. Non ci restano scritti di suo pugno, perciò non sappiamo quanto sentisse davvero sue quelle suggestioni, o quanto invece appartenessero ai suoi doveri di docente. Malgrado sia una ragazza, suo padre si fida presto di lei, e la tiene accanto nel corso degli studi che puntano a superare il modello tolemaico dell’universo. Ma anche qui non bastano convinzioni e teorie, occorrono calcoli, numeri, dimostrazioni. In uno dei libri di commento al sistema matematico di Tolomeo, Teone dice ai suoi lettori: "Edizione controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia".

Così come con la filosofia, a quel tempo è pressoché impossibile distinguere l’interesse scientifico dalle questioni dottrinarie e religiose. Il neoplatonismo di Ipazia si trova a un tratto in conflitto aperto con l’ortodossia cristiana rigorosa del nuovo vescovo di Alessandria, Cirillo. Cirillo è costretto a inaugurare un dissidio col capo politico cittadino, Oreste, il quale difende lo spirito multiconfessionale della città, abitata da numerose minoranze religiose, compresa quella ebrea e quella pagana. Pare che questa interpretazione liberale a Cirillo non piacesse, al punto da spingere per l’espulsione della comunità ebrea e per l’eliminazione fisica di alcuni personaggi che probabilmente costituivano simboli di queste aperture. Su Ipazia nascono così sospetti, alcuni creati ad arte per alimentare la rabbia dei cristiani più fanatici nei suoi confronti. Un giorno del marzo 415, Ipazia si trova nel mezzo di un tumulto che ha origini religiose, la folla la riconosce e la attacca, il più feroce e un drappello di monaci Parabolani, una setta che spera di raggiungere la morte e meritarsi il Paradiso occupandosi della cura dei malati contagiosi. Ipazia viene trascinata in una chiesa e uccisa con dei cocci di vetro, poi fatta a pezzi e arsa. Sul suo nome e sulla sua reputazione, le versioni si dividono. “Apparve in Alessandria un filosofo femmina, una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica e che ingannò molte persone con stratagemmi satanici”, così scrive di lei Giovanni di Nikiu, un vescovo copto del VII sec. Ma il filosofo Damascio, l’ultimo scolara dell’Accademia di Atene, pone i fatti in modo diverso. Ipazia concede ascolto e credito ai pagani, e questo è inaccettabile per gli ambienti radicali della città, che in quella fase diventano anche violenti pur di conquistare la supremazia.

Malgrado Cirillo rappresenti la Chiesa ufficiale, la Chiesa che si libera di colei che è sospettata e accusata di stregoneria e meretricio, malgrado Cirillo sia un santo tutt’ora riconosciuto e venerato, Raffaello ci regala Ipazia, regala ai secoli il suo sguardo e la sua libertà. Ipazia è donna, è scienziata, ed è una martire singolare, perseguitata e condotta a morte dalla Chiesa e non dai nemici di Cristo. Ipazia il piano ideale più alto coraggioso che l’opera di Raffaello abbia raggiunto.

© 2020. AnnaMaria Amato

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