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15/10/2020

L'abbraccio delle galassie di Van Gogh

Van Gogh

Non voleva essere un astronomo, voleva osservare il cielo come solo gli occhi di un artista sanno fare. La matematica del cielo stellato proveniva soltanto dalla sua sensibilità di pittore. Gli astri che erano sulla sua testa nemmeno amava chiamarle stelle, preferita definirli punti luminosi, perché è così che li avrebbe riportati sulla tela, secondo la sua unica prospettiva di terrestre.
Per poco più di un anno della sua vita, Vincent Van Gogh, scelse come luogo in cui vivere la città di Arles, che appartiene al dipartimento delle Bocche del Rodano, nella regione della Provenza, dunque nel sud della Francia. Ci arrivò nel 1888, e durante il soggiorno di Arles in Place Lamartine dipinse tanto e visse episodi determinanti della sua breve esistenza.
Van Gogh scopre nella Francia meridionale colori prima sconosciuti, qui non c’è l’atmosfera spesso opaca delle giornate vissute nel Nord dell’Europa. Un giorno, una delle lettere che invia a suo fratello Theo, scrive: ”Spesso ho l’impressione che la notte sia molto più viva e più riccamente colorata del giorno”. Nel maggio del 1889, Van Gogh lascia Arles, decide volontariamente di trasferirsi a Saint-Rémy-de-Provence, nell’antico monastero di Saint Paul de Mausole, dove però non ci sono più religiosi, il luogo è stato adibito a ospedale psichiatrico. Anche nel corso di questo soggiorno, che avrà momenti di grande sofferenza, continua a dipingere tanto. E da quella piccola stanzetta nella quale consuma la sua esistenza, continua pure ad avere nella testa il cielo notturno e i suoi punti luminosi. Realizza così Notte stellata, una delle opere indimenticabili dell’arte di ogni tempo. Quando ancora è nella sua casa di Arles, appunta: “Vorrei poter esprimere qualcosa di commovente come una musica”, e la musica che lui sente rende sfere incandescenti i punti luminosi che può scrutare nel cielo. Il confine tra ciò che osserva e ciò che avverte nella mente in quest’opera è spaventoso. Notte stellataè la frontiera tra realtà percepita e angoscia, è il quadro in cui la natura si offre al dolore, in cui un cipresso può confondersi con una torcia fiammeggiante.
Il dipinto coglie il cielo nell’ora che precede di poco l’alba. La luna è nel suo ultimo quarto, e al centro del quadro appare Venere, la Stella del Mattino. I vortici interiori di Van Gogh non dissolvono la sua raffinatissima sensibilità di osservatore. In quest’opera, Van Gogh è davvero un astronomo, soprattutto grazie alla spirale che si vede al centro. John D. Barrow, studioso autore del volume Le Immagini della Scienza, ipotizza che si tratti della Galassia M51, la cosiddetta Galassia Vortice, che l’astrofisico Charles Messier aveva scoperto nel 1773. La teoria nasce dalla circostanza che M51 è in realtà formata da due galassie che collidono e che si intrecciano in una forma che appare come una spirale. È così che il celebre astronomo Lord Rosse disegnò la nebulosa a metà dell’Ottocento, ed è così che probabilmente Vincent Van Gogh volle di quella immagine fare musica.
© 2020. Anna Maria Amato.

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