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29/10/2020

La biografia inconsapevole di Van Gogh

Van Gogh

Scriveva, scriveva tanto, scriveva quanto dipingeva, e forse di più. Nella sua descrizione biografica potremmo definirlo non solo pittore, ma anche epistolografo. Le lettere di Vincent Van Gogh che ci restano sono quasi mille, tre quarti delle quali indirizzate al suo fratello minore, a Theodorus. In quelle righe di cui ha un bisogno ossessivo racconta di tutto, il suo umore, i suoi dolori fisici e i malesseri della sua mente, le speranze, le suggestioni, i propositi. È la narrazione nascosta di una vita, una trama che ricostruiamo lettera dopo lettera. Un’autobiografia inconsapevole che è esistenza pura, raccolta nell’istante preciso in cui Vincent la avverte. Se scrivi un romanzo racconti gli stati d’animo quando sono oramai stagionati, ne riporti il ricordo, in quelle lettere c’è invece l’attualità di Van Gogh, ci sono le sensazioni riprese in diretta, ci sono idee che nascono e poi sfuggono, ci sono umori che marchiano quell’istante e poi magari svaniscono, e tutto questo ha il sapore di quei colori vivi, a volte brutali, che troviamo sulle sue tele.

Grazie alle lettere possiamo insinuarci nei suoi universi interiori, ed è come se ci servissimo della sua pittura, che però troviamo espressa in un codice diverso. Van Gogh apre ogni piega delle sue percezioni e delle sensazioni che vive, degli entusiasmi e delle paure. Vorrebbe riprodurre la natura intera, tutta, ma poi c’è il suo mondo, i disagi quotidiani coi quali si accorge di dover fare i conti: “…In questo momento - dice nella Lettera 228, scritta nell’agosto del 1882 - ho l’impressione di trovarmi in alto mare: devo consacrare alla pittura tutte le forze di cui posso disporre. Se vorrò dipingere su tavola o su tela, ci saranno spese: tutto costa caro, anche i colori sono cari, e la mia riserva si esaurisce presto. Ma pazienza, sono le difficoltà nelle quali incorrono tutti i pittori…”.

In fondo, questa fittissima corrispondenza che Vincent dedica soprattutto a Theo è oggi uno straordinario privilegio del quale possiamo disporre, lo strumento che ci ha lasciato per permetterci di comprendere in modo più autentico i profili della sua sensibilità, i percorsi dei suoi pensieri. Nella lettera che nell’agosto del 1885 indirizza al suo amico pittore Anthon van Rappard, afferma con amarezza: “…So perfettamente quale scopo perseguo, e sono fermamente convinto di essere, nonostante tutto, sulla buona strada quando voglio dipingere ciò che sento e quando sento ciò che dipingo, per preoccuparmi di quello che gli altri dicono di me. Tuttavia, a volte questo mi avvelena la vita, e credo che molto probabilmente più d’uno rimpiangerà un giorno quello che ha detto di me e di avermi ricoperto di ostilità e d’indifferenza. Io paro i colpi isolandomi, al punto che non vedo letteralmente più nessuno…”.

© 2020. Anna Maria Amato. All rights reserved

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