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15/06/2020

Le radici di Raffaello 1

Raffaello

Il genio divora il mondo, si nutre di tutto ciò che ha a tiro. Ruba, elabora, trasforma. Dove si è cibato Raffaello? Dove nascono le suggestioni che hanno ispirato il più raffinato talento pittorico della storia? Se cerchiamo nella tradizione che lo precede, dobbiamo fermarci immediatamente su due nomi: Piero della Francesca e Antonello da Messina. Due artisti che in comune hanno una caratteristica ben precisa, l’aver assorbito prima e meglio di altri i grandi insegnamenti che provengono da Paesi Bassi e Fiandre, dai maestri che già agli inizi del Quattrocento in quella terra stanno rivoluzionando l’arte della pittura, ne riscrivono le regole, stanno spingendola vigorosamente verso il futuro.

Questi maestri hanno talento e hanno tecnica, e per cominciare rinunciano all’uso della tempera, di cui l’intera pittura medievale si è servita. Loro scelgono di dipingore a olio, e ottengono colori, luci, e un effetto di lucidità sulla tela che mai nessuno prima ha saputo raggiungere. C’è un nome che viene fuori più luminoso di altri da quella nuova corrente, è quello di Jan Van Eyck. Qualcuno lo vuole addirittura inventore della tecnica a olio, in realtà ne è solo l’abilissimo perfezionatore.

Piero della Francesca vive il suo contatto con la pittura fiamminga a Ferrara, alla corte estense, dove lavora per un po’ accanto a Rogier Van Der Weyden, pittore ufficiale della città di Bruxelles, la cui grandezza molti ritengono inferiore soltanto a quella di Jan Van Eyck. È lì che Piero della Francesca fa sua quella ossessiva attenzione ai dettagli, tipica del miniaturista e altro tratto caratterizzante dei fiamminghi.

Antonello da Messina non risulta che abbia mai visitato il nord dell’Europa. Quando ha conosciuto Van Eyck e la sua pittura? Qui entra entra in scena Colantonio, pittore napoletano della metà del XV secolo. Nemmeno lui si è mai spinto nelle Fiandre, ma lavora alla corte napoletana, e qui ha a che fare prima con un sovrano angioino, re Renato, ammiratore dell’arte fiamminga e borgognona, poi con un sovrano aragonese, Alfonso V, che conserva legami stretti con la sua Spagna, e particolarmente con la Catalogna, dove l’arte fiamminga è già ben nota e largamente diffusa. Colantonio farà da elemento di congiunzione tra Barthélemy d’Eyck, suo maestro a Napoli, e Antonello da Messina, di cui sarà lui stesso il maestro.

Le Marche, Urbino, sono il piccolo universo in cui tutto questo giunge e si sparge in fretta. Le notizie sui prodigi fiamminghi arrivano tra i committenti cittadini più potenti e facoltosi, e questo propaga rapidamente fin nelle botteghe d’arte ciascuna delle influenze che giungono dal Nord dell’Europa e da altre corti italiane. Il piccolo universo di Urbino è soprattutto il mondo di Federico da Montefeltro, in assoluto uno dei più scintillanti mecenati della sua epoca, l’uomo grazie al quale la città vive uno splendore artistico che forse la sola Firenze riesce a sorpassare. Ecco le radici più profonde del genio, le radici che pian piano si piantano anche nella bottega Santi, la bottega di Giovanni, l’uomo che nel 1483 metterà al mondo Raffaello.

© 2020. Anna Maria Amato

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