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22/06/2020

Le radici di Raffaello 3

Raffaello

A dieci anni, ha già visto mille volte come si impastano i colori, come si pulisce una tavolozza, come si prepara una colla, come si sistemano le setole per un pennello. Nella bottega di Giovanni Santi questo è lavoro quotidiano, che Raffaello apprende prima che sia necessario insegnarglielo. Ma quando ha davanti un foglio, una tavola di legno, quando si diverte a tratteggiare figure e paesaggi, Raffaello sembra guidato da un dio. In quella bottega si dipinge, ma nessuno lo fa in quel modo, nessuno ha la grazia e la capacità spontanea che viene fuori da quella piccola mano sinistra, nessuno raggiunge la perfezione così naturalmente come lui. E poi non mostra alcuna fatica, il suo genio è un frutto fresco e già maturo, i fiori della sua pianta sembrano inesauribili. Sono anni che il padre lo osserva, a volte pensa che sia l’amore ad alterargli il giudizio, ma poi comincia a guardare le facce degli artisti che lavorano al suo fianco nella bottega, comincia a guardare i loro occhi affascinati e le bocche spalancate tutte le volte in cui il ragazzino lascia uno schizzo distratto da qualche parte. Lo studia, lo esamina con più attenzione, lo porta con sé quando è chiamano altrove per realizzare lavori, lo tiene accanto quando c’è da fare al Palazzo Ducale di Urbino. E una volta che rientrano nella bottega, Giovanni lo osserva ancora, si accorge che Raffaello ha già tutto dentro, in un attimo rifà, rilavora, e rielabora ciascuna delle opere su cui la sua attenzione si è fermata. Allora è vero, allora lì dentro al bambino c’è veramente poco altro da insegnare, pare che nel suo cuore e nelle sue mani ci sia già tutto.

A questo punto, non c’è che un uomo col potere di raffinare ancora il talento sorprendente di Raffaello. Quest’uomo è Pietro di Cristoforo Vannucci, l’artista più bravo di tutti. E suo figlio merita il meglio, merita il docente di maggiore valore e autorevolezza che l’Italia abbia in quegli anni. Vannucci è noto negli ambienti artistici come Perugino, sono sue le commesse più ambite, sono sue una bottega a Firenze e un’altra a Perugia aperta nel 1486 che i giovani pittori fanno a gara per frequentare. Chi lo dice che sia lui il migliore? Lo sostiene un personaggio che Raffaello conoscerà bene negli anni a venire, Agostino Chigi, il quale all’epoca definisce Perugino: “Il meglio maestro d’Italia”.

Raffaello mette piede nella sua bottega di Perugia intorno al 1494, quando ha solo undici anni, e quando il destino sta preparando un evento ancor più decisivo. Improvvisamente, muore suo padre Giovanni. Da questo momento, smette di essere figlio e apprendista, adesso è il titolare della bottega paterna. Lo aiuta l’allievo in quella fase più vicino al padre, Evangelista da Pian di Meleto. Un pittore trentaquattrenne che si divide con il laboratorio di Timoteo Viti, altro pittore di Urbino che più tardi Raffaello terrà accanto a Roma. Anche grazie al loro aiuto, Raffaello non smette di recarsi alla bottega di Perugino. E quando ha sedici anni conquista il suo primo vero lavoro. Dipinge a olio lo Stendardo della Santissima Trinità. Dev’essere il suo fiuto per le buone commesse a guidarlo, perché ora frequenta con assiduità Città di Castello, si accorge che dopo la partenza di Luca Signorelli c’è fame di buoni artisti e scarsità di autori all’altezza. Ha ragione lui, sempre lì pochi mesi più tardi ad Andrea di Tommaso Baronci occorre una decorazione per la cappella di famiglia nella chiesa di Sant’Agostino. Il contratto si stipula nel dicembre del 1500, l’opera viene assegnata a Raffaello e a Evangelista. Nell’accordo scritto, il ragazzo già appare col titolo di Magister. Realizza così la Pala di San Nicola di Tolentino, poco meno di tre secoli dopo frantumata da un terremoto. Qualcuno decide di sezionarla per salvare il salvabile, i vari frammenti sono oggi in diversi musei del mondo.

Ma Perugino non è già cancellato dal mondo di Raffaello. Qualche anno dopo, ancora a Città di Castello, il ragazzo viene contattato dagli Albizzini, la famiglia vuole un dipinto per una cappella nella chiesa di San Francesco. È la grande svolta. Raffaello dipinge lo Sposalizio della Vergine, che celebra un inizio e una fine. Sceglie di realizzare ciò che ha visto, in corso di lavorazione, nella bottega del maestro e destinato al Duomo di Perugia. Raffaello ricalca Perugino per superarlo, quasi per dirgli che quello stile non è più il suo, che lui è ormai tanto più avanti. Una delle grandi differenze è nella riproduzione del tempio. Un edificio a pianta centrale che Perugino usa come sfondo, e che Raffaello realizza come elemento centrale, un’architettura che sfiora la perfezione.

Pochi anni dopo, Agostino Chigi cambierà idea. Ai suoi occhi, il meglio maestro d’Italia non sarà più Perugino. Sarà quel giovanotto elegante a cui il banchiere più ricco del mondo cristiano affida le commesse più ambite dell’epoca.

© 2020. Anna Maria Amato

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