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20/07/2020

Quando i barbari ferirono l’arte e il sacro

Raffaello

Oggi li chiameremmo vandali, in realtà sono Lanzichenecchi, mercenari tedeschi guidati dal soldato Georg von Frundsberg, al quale un infarto impedisce di entrare a Roma con i suoi uomini, ma non impedisce a uno dei corpi militari più feroci e violenti che mai si siano visti di saccheggiare la città. È il 1527, gli sterminatori luterani dilagano in Vaticano, si insinuano nei Palazzi papali, cercano ambienti da devastare, entrano nella Stanza della Segnatura, dove restano avvolti da una bellezza a loro del tutto estranea. Sfregiano tutto ciò che a vista, oltraggiano le opere con delle scritte lasciate sulle decorazioni. È la furia di chi è lì per imporre la sua rabbia, per insultare tutto ciò che rappresenta il nemico, tutto ciò che il nemico ha creato e che ammira. Se vuoi attaccare il sacro, devi bestemmiare, e loro di bestemmiare non hanno alcuna paura. Sono lì per questo. Se vuoi annientare il nemico, distruggigli la bellezza.

Non possono saperlo, non hanno alcuna informazione sul conto dell’opera sulla quale più che su ogni altra stanno accanendosi, quell’opera è la Disputa del Sacramento, “Non potrebbe pittore alcuno formar cosa più leggiadra, né di maggior perfezione”, così ha scritto Vasari qualche anno prima di quel dipinto. A parte la volta, è il primo che Raffaello realizza quando parte col suo lavoro nella Stanza della Segnatura agli inizi del 1509, e probabilmente anche nei mesi precedenti. Naturalmente non è solo, a Raffaello piace che l’intera squadra sia al lavoro al suo fianco, che ciascuno abbia il suo compito preciso e porti a termine la committenza in maniera che il mecenate ne resti affascinato, che non abbia una sola virgola da eccepire. La decorazione è sulla parete est, esattamente di fronte a quella su cui verrà poi la Scuola di Atene.

La Disputa non ritrae in realtà alcuna disputa è anzi la celebrazione della cosiddetta Chiesa Trionfante e della cosiddetta Chiesa Militante. La prima raccoglie martiri, apostoli, profeti e patriarchi dell’Antico Testamento, la seconda ritrae invece in basso seduti in semicerchio figure più vicine nel tempo. C’è soprattutto San Gregorio Magno con le sembianze di Giulio II. E più di lato appare anche Dante Alighieri. Al centro, in alto rispetto all’ostensorio che contiene l’Eucarestia, punto di contatto tra Cielo e Terra, c’è Cristo, in veste bianca e con le stimmate. Il titolo con il quale fu presentata al papa era originariamente Esaltazione del Santissimo Sacramento, ed è ispirata alle Confessioni di Sant’Agostino.

Qui il mecenate è Giulio II, che su Raffaello ha scommesso, si è fidato di chi glielo ha presentato come tratteggiatore meraviglioso, come padrone assoluto del disegno e dei colori. E in fondo il papa ci mette poco a capire che sul conto di questo ventiseienne i giudizi estasiati non sono per niente esagerati. Ma quelle prime decorazioni sono anche un test, vengono guardate con occhio particolarmente curioso. Nel giorno in cui Raffaello toglie il velo alla Disputa del Sacramento, il papa e l’intera corte pontificia sono senza parole, hanno l’espressione di chi non ha mai visto qualcosa di altrettanto profondo e di altrettanto magnifico. La scommessa è vinta, il ragazzo e i suoi compagni possono andare avanti, lo meritano.

© 2020. AnnaMaria Amato

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