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06/07/2020

Raffaello a Siena, tra Piccolomini e Pinturicchio

Raffaello

È apprezzato, autorevole, esperto. Si chiama Bernardino di Betto Betti, nel mondo dell’arte lo conoscono come Pinturicchio - cioè piccolo pintor, piccolo pittore - e lui stesso accetta, in qualche caso usa, un soprannome che sottolinea la sua taglia minuta. Un giorno il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini lo chiama a Siena, città di cui è vescovo: “Voglio che sia tu a realizzare gli affreschi della Libreria di famiglia, nella sala in cui conserviamo la collezione di libri del papa mio zio”. Il numero di volumi è impressionante, lo zio è Enea Silvio Piccolomini, pontefice col nome di Pio II, e la Libreria si trova all’interno del Duomo di Siena. Siamo nel 1502, e secondo il contratto che viene stipulato, entro un anno va completata la prima parte del lavoro, la volta della scala e la griglia delle pareti. I fatti andranno diversamente. Proprio in quel 1503 il cardinale Todeschini Piccolomini diventa papa, Pio III, e dopo solo qualche mese muore. Il lavoro di Pinturicchio si interrompe. Riprenderà qualche anno dopo, forse riavviato dagli eredi della famiglia.

Quando Pinturicchio si mette al lavoro è un cinquantenne che ha guadagnato fama e somme cospicue, i suoi committenti sono il meglio che un artista dell’epoca possa desiderare. Ha talento, e ha occhio. Si accorge di un giovane che possiede un tratto che non ha mai visto prima, qualcosa che ha l’aria del sovrannaturale, questo gli fa avvertire il proprio declino, gli mette addosso il timore che già ci siano in giro artisti notevolmente più bravi di lui, ormai più abili e moderni. Fa convocare questo giovane dal tratto incantevole, gli chiede di preparare alcuni disegni per gli affreschi che è chiamato a realizzare nella Libreria Piccolomini. Le decorazioni che dovrà portare a termine sono la biografia per immagini di colui che fu papa Pio II, pontefice e prima ancora raffinato umanista. Ciascun dipinto riporterà su uno dei finestroni della sala una fase della sua vita, come Pinturicchio aveva già fatto a Roma con papa Borgia, Alessandro VI. La decorazione iniziale, il primo dei dieci episodi previsti, descrive un viaggio a Basilea, nel quale il giovane Enea è al seguito del cardinale Capranica, stanno raggiungendo la sede del Concilio. Nell’istante in cui Pinturicchio mette per la prima volta gli occhi sul disegno del giovane, Raffaello ha solo diciannove anni, vive un’emozione che probabilmente immaginava non gli appartenesse. È rapito, vede su quel foglio il futuro dell’arte, vede ciò a cui qualsiasi pittore aspira e mai sente di raggiungere.

Colui che sarà papa Pio II è ritratto in groppa a un cavallo, ed è voltato indietro, porta lo sguardo verso lo spettatore. Enea si recava a Basilea per acquisire la nomina a cardinale che gli era stata prima promessa e poi negata, perciò per sottolineare le difficoltà del viaggio lo sfondo si divide in due parti. Nella prima c’è la tempesta che complica il viaggio d’andata della nave, nella seconda appare l’arcobaleno del successo, della missione che si chiude con la nomina a funzionario del Concilio che in effetti giunse nel 1436.

Da ciò che Raffaello aveva ritratto nel Modello per l’affresco raffigurante la Partenza di Enea Silvio Piccolomini per il Concilio di Basilea, Pinturicchio non prende poi tutto. La tempesta, soprattutto, a cui Raffaello non dà grande enfasi, Pinturicchio decide invece di farla risaltare, di accentuarne il carattere drammatico. È la rivendicazione della propria autonomia e della propria statura. Raffaello in fondo è poco più che un ragazzo, eppure Pinturicchio sa già quanto quel giovanotto sia destinato all’eterno.

©2020. AnnaMaria Amato

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