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10/07/2020

Raffaello e la lettera della nobildonna

Raffaello

Un giorno del 1504 ha bisogno di una lettera, una lettera di presentazione che gli permetta di andare a Firenze. Vuole che quella lettera abbia un’autorevolezza elevata, la più elevata possibile. Deve quindi venir fuori da Palazzo Ducale. Ha già in mente chi potrà scrivergliela. È Giovanna da Montefeltro, figlia del grande Federico, duchessa consorte di Sora e moglie di Giovanni Della Rovere, il duca di Senigallia. Lei conosce il giovane Raffaello, lo conosce fin da quando lui era un bambino, conosce la sua abilità, e con lui è sempre stata affettuosa, cortese e disponibile. Giovanna mette al mondo sei figli, che sono il suo amore più autentico. L’uomo che ha sposato a Roma nel 1478, Giovanni Della Rovere, al quale è fidanzata da quando aveva undici anni e ben prima di averlo mai visto, non è certo un marito affettuoso, non riuscirà ad esserlo mai. Il loro è un matrimonio che occorre unicamente a legare due famiglie tra le più potenti dell’Italia di quell'epoca. Ed è dunque necessaria la loro unione davanti a Dio perché nasca il ramo dei Montefeltro Della Rovere. Lei ama l’arte, ama gli artisti in grado con le loro opere di renderle la vita più piacevole, non è rilevante che siano già noti, se ne circonda comunque, commissiona lavori. Tra questi c’è Giovanni Santi, il papà di Raffaello. Per la famiglia Della Rovere, realizza a Senigallia, dove vivono, numerose opere. Ed è nella loro dimora che vede ogni tanto il Perugino, al quale medita un giorno di affidare il perfezionamento artistico di suo figlio Raffaello.

Dopo aver terminato la celebre Pala di Brera, attorno al 1472, Piero della Francesca lavora alla Madonna di Senigallia, alle cui spalle nel dipinto ci sono alla sinistra della vergine una donna e alla destra un uomo, che secondo molti sono proprio Giovanna da Montefeltro e Giovanni Della Rovere. Anni dopo, durante il suo soggiorno fiorentino, Raffaello dipinge la splendida Muta, un ritratto femminile che sembra un omaggio allo stile di Leonardo e all’opera che ha tanto colpito Raffaello fin dall’istante in cui ha potuto vederla, la Gioconda. La Muta di Raffaello è colta in una posa che la ricorda molto, e che proprio come la Gioconda sembra emergere morbidamente da una penombra. Ma chi è la donna ritratta che oggi ricordiamo come la Muta? Non abbiamo certezze, le due ipotesi più accreditate vogliono che sia Giovanna da Montefeltro o sua figlia Maria Giovanna Della Rovere Varano. Le due apparizioni di Giovanna su tela, dunque, sono soltanto presunte, ed è curioso che, se non dovesse trattarsi di lei, una donna così vicina all’arte non avesse pensato a uno o più ritratti che la immortalassero. Quando frate Grazia di Francia, guardiano della chiesa di Santa Maria delle Grazie, viene incaricato di scrivere una biografia di Giovanni Della Rovere, disegna così la consorte del duca di Senigallia: “Dignissima, doctissima nelle scienze, liberale, prudente et honesta, bella di corpo, ma più bella di fede et d’animo"

In fondo, la Muta potrebbe essere il più devoto ringraziamento di Raffaello alla donna che gli scrive e gli affida la lettera, quella con cui lui viaggia verso Firenze. La lettera è indirizzata a Pier Soderini, potente gonfaloniere di Firenze, al quale Giovanna chiede che questo giovane già così abile coi pennelli possa inserirsi nei migliori ambienti artistici fiorentini. È quella autorevolissima presentazione che consente al ventunenne Raffaello di arrivare in città e di fare la conoscenza immediata dei più grandi, fino a entrare a Palazzo Vecchio, dove Leonardo e Michelangelo contemporaneamente stanno lavorando alle decorazioni. Si è già confrontato con la grande arte del Perugino e del Pinturicchio, ma adesso sale ancora più in alto, adesso ha davanti la perfezione, l’irraggiungibile.

© AnnaMaria Amato. 2020

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