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27/06/2020

Raffaello e la riscoperta dell'uomo

Raffaello

Nella lunga storia del mondo Dio e l’uomo accendono la loro sfida. Chi orienta il destino del pianeta? Chi è responsabile di ciò che accade? Il Medioevo non ha dubbi, ha una risposta, non esita a esprimerla. Siamo in quel segmento della linea del tempo in cui Dio prevale, è senza avversari, e nessuna discussione ha ragione di essere. Ma Il Medioevo è anche il ventre che custodisce l’embrione del Rinascimento. Un embrione degenere che confonde le carte, ribalta i sacri principi, ridimensiona Dio, richiama il caos, richiama il caso. E soprattutto valorizza l’Uomo.

Perché accade? Per il desiderio di riappropriarsi del territorio? Se il territorio è il bisogno di avvertire un peso, un peso e un ruolo qualsiasi, nella determinazione del proprio destino, la risposta è sì. Per secoli, l’uomo sparisce, si autoannulla, sceglie di affidare al sacro ogni responsabilità. Il sole, le piogge, gli amori, i dolori, le vite, le morti, non sono che insondabili capricci divini, questioni decise molto al di sopra delle nostre teste. E questo non può durare, non può quando sulla scena del mondo appaiono figure che avvertono la loro incontenibile energia trasformatrice, la forza dirompente del proprio ruolo e del proprio lavoro. Leonardo, Michelangelo, Raffaello. L’uomo si accorge di essere protagonista del suo percorso proprio mentre apprende la strana notizia che la sua piccola Terra non è affatto il centro dell’universo. Leonardo, Michelangelo, Raffaello. forse sono anche ciò che di più prossimo al divino l’umanità abbia mai generato.

Grazie anche alle suggestioni controverse offerte dal neoplatonismo, si rifà viva allora la classicità, col suo raziocinio, con la sua distanza dal cielo, col suo forte contatto con il suolo. Roma repubblicana e Roma imperiale sono agli occhi dei nuovi artisti modelli più moderni di quanto non lo sia la Roma successiva di Leone III, il papa che incoronando Carlo Magno sottolinea la provenienza del potere di un imperatore, o di Innocenzo III, in cui l’idea di Ecclesia universalis fissa il prevalere del sacerdotium sul regnum. E sia chiaro, su qualsiasi regnum, per quanto potente e aggressivo sia.

È filosoficamente significativo che Raffaello scelga invece la prospettiva terrena, scelga il punto di vista degli uomini. Il destino delle sue figure non cade dall’alto, si forma nella forza degli individui, e nell’ambiente da cui sono circondati. Il destino è Dio, ma il destino è anche il caso, ed è anche l’esito di ciò che l’uomo sa fabbricarsi. Nei suoi volti non c’è la proiezione necessaria del trascendentale, le sue donne e i suoi uomini non sono immagine e somiglianza dell’ultraterreno. C’è la grazie, nel suo tratto, ed è una grazia tutta umana, è la grazia della gioia e dei pensieri inquieti, è la grazia di chi rappresenta sé stesso e nient’altro, il suo interiore groviglio e le sue incertezze di mortale. Se il tempio dello Sposalizio della Vergine o quello della Scuola di Atene sono i vertici logici dela abilità dell’uomo, sono anche il richiamo artistico alla classicità. E intanto la Fornarina è l’altra faccia della condizione umana, è la sensualità, la bellezza idealizzata attraverso il corpo. In tutto questo si celebra la rivincita dell’uomo, il trionfo della sua poetica finitezza, il racconto delle angosce che il Medioevo si sforzava di coprire con un velo. Voleva farci somigliare a Dio e ci aveva sottratto ogni umanità. Leonardo, Michelangelo, Raffaello ce l’hanno riconsegnata.

© 2020. AnnaMaria Amato

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